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Il comandante Elmer Arrieta con dei rappresentanti dell’ONU

Marian Masoliver è una regista che si trova attualmente in Colombia insieme a Simon Edwards per documentare l’effetto del Programma di  Educazione alla pace  (PEP) sugli ex combattenti, la popolazione e altri gruppi ora che, dopo cinquant’anni, la guerra civile si sta concludendo. In questo blog Marian riporta l’esperienza del suo viaggio nel paese di Santa Lucia, raggiunto per incontrare i membri delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC), il più numeroso gruppo di ribelli del Paese.

Leggi il precedente blog di Marian sulla sua visita alla città di Ituango  qui.

Ci alziamo alle 5 del mattino e partiamo da Ituango per un viaggio di due ore in macchina per le strade sterrate, diretti al cuore delle montagne della Colombia.

Santa Lucia è un paesetto di circa 30 casette sparpagliate lungo una gola stretta di circa 9 kilometri, sotto alti e ripidi picchi montuosi. In questa piccola zona rurale ci sono 250 guerrilleros (combattenti del FARC) in via di smobilitazione. Consegneranno le armi alle Nazioni Unite se e quando il trattato di pace avrà luogo. La zona è monitorata dal governo colombiano, dai leader del FARC e dal contingente dell’ONU. E c’è anche gente che vive lì.


Il contenitore dell’ONU dove saranno raccolte le armi

La jeep corre veloce lungo la strada di terra piena di buche. Io, Simon e Rodrigo (un giornalista brasiliano che viaggia con noi) ci teniamo forte per non essere sbalzati fuori.

Il viaggio è faticoso ma i miei occhi si riempiono della vista di imponenti montagne coperte da alberi enormi e lussureggianti. La nostra guida, Carlos Andrés, dell’ufficio colmbiano dell’Alto commissariato ONU per la Pace, ci apre la strada viaggiando in motocicletta.

Si ferma e dice: “Questo lo devi fotografare”. Un grande cartello annuncia che stiamo entrando nel territorio del FARC.

Dopo cinque minuti ci fermiamo di nuovo, questa volta a un controllo dell’esercito. I soldati sono giovani e amichevoli e ci chiedono i passaporti. Registrano la nostra entrata nel campo.

La fermata successiva è nella base ONU all’interno del campo. Un gentile ufficiale dell’ONU del Cile ci dà il benvenuto. È una donna, e si avvicina insieme a un capitano e a un rappresentante del FARC. Ci illustra le regole del campo mentre beviamo un ‘tinto’, il tipico caffè dolce.

Simon fa qualche ripresa per il documentario.

Saltiamo di nuovo sulla jeep e facciamo altri nove chilometri attraverso il canyon. Carlos si ferma per mostrarci le tende in cui ancora vivono i guerriglieri e ci spiega: “Si sta costruendo un nuovo campo per loro, in cui si sposteranno tra breve.”

Finalmente arriviamo nella zona di raccolta in cui alcuni guerriglieri ci danno il benvenuto. Ancora tinto. Sono amichevoli e la situazione è molto rilassata. Chiedo a un gruppetto di loro se ci sono pesci nel fiume e cominciamo a parlare della fauna, del tempo… Cerco solo di rompere il ghiaccio. La conversazione scivola naturalmente sulla loro situazione nel campo. Chiacchieriamo in modo informale. C’è molta pace e ci si muove con calma, come in un giorno qualunque in campagna.

Infine Carlos mi dice che è stata organizzata un’intervista formale con Elmer Arrieta, il comandante FARC del campo, detto “el Flaco”. Il giornalista brasiliano parla con lui per primo. Poi andiamo tutti a pranzo: un semplice piatto di riso, uovo fritto, un po’ di carne. Il succo di banana è delizioso! Parliamo con Elmer di politica e scherziamo un po’ tutti.

Dopo pranzo lui dice scherzando che abbiamo solo due minuti per l’intervista. Anche se non è vecchio, sembra un uomo stanco. Suppongo che 25 anni di guerra, passati nella giungla in condizioni disumane, stancherebbero chiunque.

Comprendo che l’intervista non sarà lunga come speravo e quindi rapidamente rivedo le mie domande e decido di parlare con lui solo di pace. Comincio a raccontargli della Fondazione Prem Rawat e del PEP. Lui ascolta. Parliamo per 30 minuti. Ecco alcuni dei suoi commenti:

 “Quello che mi dici della Fondazione sembra molto interessante.”

 “La pace deve essere costruita nei cuori, disarmando i cuori.”

Mi dice che sanno di aver fatto cose sbagliate e che chiedono perdono.

“Quando si comincia a vedere che la porta della pace e della riconciliazione si stanno aprendo, si dice: la guerra è finita nel mio corpo. Il mio cuore non batte più per la guerra. Il mio cuore d’ora in poi batte per la pace.”

 “Sono totalmente convinto che la scelta migliore sia la pace, che l’odio deve finire e che ci deve essere una riconciliazione.”

 “Abbiamo la totale speranza che tra breve ci sarà la pace in Colombia. Tutto dipende da tutti noi che siamo coinvolti e dal fatto che la comunità internazionale continui ad aiutarci come sta facendo… Che ci sediamo a parlare come esseri umani civili… Possiamo arrivare a un futuro totalmente differente a favore dell’umanità.”

Intervistiamo anche una guerrigliera, una soldatessa del FARC. Ha 22 anni e mi sorprende di quanto sia felice, piena di energia. Dopo l’intervista ci accompagna a fare un giro del campo.

È stata una giornata speciale e una cosa è molto chiara: qui tutti vogliono la pace.

Nuovo campo in cui staranno i guerriglieri Panorama dal canyon Rappresentanti ONU Un bambino che giocaUna famiglia di Santa LuciaAltre tende dei guerriglieri ThIl bus “chiva” che torna a ItuangoLeggi il blog precedente di Marian sulla sua visita alla città di Ituango qui.

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